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I giornali e le catastrofi nell’era dei social network


Penso che gli editori dovrebbero baciare i piedi a tutti quei giovanotti che si sono inventati i social network. Se prima, in occasione di una qualche catastrofe nelle parti più lontane del mondo, si dovevano spedire in fretta e furia dei reporter per fotografare l’accaduto, oppure comprare le foto dalle agenzie fotografiche, ora basta andare a ravanarle da twitter, facebook e compagnia bella. Non si pagheranno diritti e non si citerà nemmeno la fonte, nemmeno un grazie, tutto a gratis e amen. Lo stesso dicasi per le news: in questo momento sulla home page di Repubblica.it come di tanti altri quotidiani non c’è il solito flusso dei lanci di agenzia ma il link per tutti gli aggiornamenti provenienti da Twitter. Bene, si dirà, i giornali si aprono alle nuove tecnologie; invece va malissimo perché i giornali sfruttano i social network riducendo i costi e al tempo stesso aumentando i contatti e dunque anche l’appeal pubblicitario.

Cos’è FriendFeed?


–       Ok, allora adesso spiega FriendFeed a un profano: a uno che non distingua Facebook da Twitter.

–       FriendFeed è il modo più facile per condividere cose e discutere con i tuoi amici. C’è un box in cui si può scrivere un messaggio o inserire un link o una foto. Gli altri possono quindi commentare o apprezzare le cose che hai condiviso. Quasi tutto il resto è secondario.

–       Definisci “apprezzare”.

–       C’è un comando – “mi piace” – che permette di segnalare se hai apprezzato un intervento. È un’altra forma di condivisione.

–       Ok, e qui il profano chiede: “cioè, è come Facebook?”

–       Sì, è una domanda che fanno, man mano che Facebook diventa sempre più simile a FriendFeed. Ma questo aiuta anche a rendere più familiari e comprensibili il concetto e l’interfaccia di FriendFeed. La differenza è che FriendFeed è uno strumento più ampio rispetto a un social network. Si relaziona con molti altri sistemi, ha funzioni diverse e può essere usato assieme a servizi come Twitter o Facebook, di cui permette di sintetizzare tutte le comunicazioni in un unico luogo.

–       E come vi è venuta l’idea di fare FriendFeed?

–       Io nel 2006 sono venuto via da Google: avevo appena avuto un bambino e mi sono preso una vacanza. Quando ha lasciato anche il mio amico Sanjeev Singh (lavoravamo assieme su Gmail) abbiamo cominciato a parlare di fare una cosa assieme. Abbiamo coinvolto anche Bret e Jim (Jim Norris e Bret Taylor, anche loro erano a Google, ndr) e loro stavano lavorando sull’idea che poi sarebbe diventata FriendFeed, e così abbiamo unito le forze.

via Amico è | Wittgenstein.

Basta twittare con giudizio


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Un tempo la pensavo perfettamente come Roberto Dadda: Twitter mi sembrava uno strumento assolutamente inutile, uno stupido ciarlare intorno a fatti privati che in fin dei conti possono non interessare a nessuno. Poi dopo averne parlato col mio amico Luca mi sono persuaso del fatto che almeno valesse la pena provarlo. Così ho capito che Twitter è un gran bello strumento di comunicazione, non di community e nemmeno di socializzazione, ma un vero e proprio microblog. Tuttavia certi eccessi francamente li considero patologici: l’uso compulsivo delle “twittate” può nascondere una certa predilezione all’egocentrismo laddove nella vita reale la persona ha scarsa rilevanza sociale. Di questo spesso ne ho parlato con Dania ed assieme concordiamo che Twitter e FriendFeed (anche Facebook) per alcuni sono potenti accrescitivi di autostima. A mio parere l’analisi di Roberto Dadda presenta due falle: primo, non è detto che si debba usare Twitter e soprattutto seguire i fatti degli altri; secondo, se qualcuno ne fa un uso eccessivo, compulsivo o sbagliato, non è detto che lo strumento sia di per sé inutile. Una persona può twittare che sta mangiando uno splendido sformato nel ristorante tal del tali ma certo non dovrebbe informare gli amici quando va al bagno. Quando si dice che il social-web provoca dipendenza si racconta una verità inconfutabile: come per una droga, molti utenti si lasciano guidare semplicemente dalla smania di “esserci”, di dire qualcosa giusto per manifestarsi. Mentre invece dovremmo essere noi stessi a determinare quando è giusto “comunicare” e soprattutto comunicare al mondo.

Un baretto sul lago – blogging dalla blogfest


C’è una radio che gracchia della salsa in questo baretto affacciato sul lago. C’è una di quelle pedane che ti sospendono sull’acqua. C’è una luce crepuscolare perfetta per le foto. C’è la pioggia che non cade più e il vento che si è fermato. C’è un tavolino davanti a me con sopra un caffè, un frullato, una fetta di sacher torte. C’è ancora la mia amica Lucia al mio fianco. Entrambi siamo in religioso silenzio con lo sguardo perso su questo lago magico. Non vorremmo mai andar via da qui, forse perchè sono stati tre giorni di frenetico ciondolare per stand, conferenze, dibattiti, cene con persone mai viste, ma con cui scriviamo da mesi o anni… Ora pare essere tutto magico, quasi irreale, tanto è forte il contrasto rispetto a poche ora fa. Ma tant’è, domani riprenderemo la strada per il nostro lontano paese (per altri la distanza sarà meno “proibitiva”. Beati loro) e ricominceremo a chiacchierare tra di noi come abbiamo sempre fatto. Ancora non riesco ad immaginare come sarà riprendere il rapporto con loro. Essì, non saprei dire se lo spirito del dialogo con i miei vecchi amici, che ora sono “nuovi” perchè finalmente li ho conosciuti in carne ed ossa, sarà lo stesso oppure no.  In fondo non ha molta importanza, quello che conta davvero è che la Blogfest è stata un’esperienze davvero unica.


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