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Il punto di Tosatti su Calciopoli


Già quello che dice Giorgio Tosatti, all’epoca il miglior giornalista sportivo italiano, su Calciopoli, sugli arbitraggi e sulla campagna di stampa, varrebbe a cancellare immediatamente processi e quant’altro. Ma il bello viene dal minuto 6 del video quando Tosatti affonda il coltello nella piaga scoprendo il vero retroscena di tutta la vicenda.

Calciopoli 2 è una polpetta


P.S. Come è vero che finirà in burletta (prescritta) la seconda Calciopoli della “giustizia” sportiva, così è vero che in un mondo marcio la rimozione del capataz Moggi è partita dall’interno della Juventus per un regolamento di conti, di cui gli altri capoclan calcistici si sono giovati conoscendo perfettamente, mafiosamente e omertosamente come tutto ciò avvenisse. Ma finora sono stati zitti e solo adesso reagiscono perché toccati, avvalendosi della stampa che abbiamo sotto gli occhi.

E tutti mordono solo la polpetta di Moggi. Non è un po’ riduttivo? Non hanno voglia di altre polpette? Temono a tal punto che siano avvelenate da chiudere occhi e orecchie, dibattendo alla morte se in un’intercettazione il nome di Collina l’ha fatto Bergamo oppure Facchetti? E capirai… (Oliviero Beha)

Il post scriptum mi piace molto ma condivido anche tutto quello che c’è prima .

Calciopoli e quello scudetto di merda e cartone all’Inter


Caro John Elkann, mi perdoni ma non so se chiamarla ingegnere o presidente o che cos’altro. Di certo lei è il capintesta della proprietà di una delle squadre di calcio più famose e amate al mondo; di certo io sono uno dei dieci milioni e passa di italiani che stravedono per la Juve e per la sua leggenda e che non hanno ingoiato Tangentopoli e che non hanno alcuna intenzione di “dimenticare Moggi”, come dalla prima pagina del “Corriere della Sera” ci suggerisce il mio amico Beppe Severgnini, un eccellente giornalista che quando ragiona a favore dell’Inter si trasforma in un ultrà della curva più corriva.

Rapina Farsopoli

Ecco, io sono uno dei milioni di juventini che non hanno nessuna intenzione di dimenticare l’oltraggio e la rapina di Calciopoli/Farsopoli. E del resto i fatti di questi giorni vanno al di là di ogni nostra previsione. Va al di là di ogni previsione il fatto che dirigenti di tutte le società rivali parlassero al telefono con i designatori arbitrali né più né meno di come lo faceva il più autorevole di tutti i dirigenti di società calcistiche, per l’appunto Luciano Moggi. Né più né meno: parlavano, confabulavano, denigravano quell’arbitro o laudavano quell’altro, si auguravano che ad arbitrare quella o quell’altra partita decisiva fosse Tizio o Caio. Beninteso, chiacchiere da bar. Poi in campo contava che Del Piero facesse quella tal rovesciata a mettere la palla al centro dell’area e che David Trezeguet andasse incontro alla palla e la colpisse di nuca all’indietro a scavalcare il portiere milanista. E a San Siro finì 1-0 per la Juventus. E non c’è dio o allah al mondo che possa sostenere che questo risultato era fasullo, e non c’è dio o allah al mondo che possa mettere becco in questo sacrosanto scudetto vinto dalla Juve, lo scudetto 2004-2005 che ci è stato rapinato e che è stato trasformato in uno scudetto di merda e di cartone appiccato sulle maglie nerazzurre di una squadra milanese che stava indietro di 14 punti. Caro ingegnere Elkann, non esiste al mondo un’obiezione valida al mio ragionamento. Lei che è il proprietario della Juve, e che non ha difeso di una virgola il gruppo dirigente che aveva costruito la squadra meraviglia dei due scudetti di Fabio Capello, di obiezioni non ne può avere nessuna. Solo che voi proprietari della Juve, e lo dico non il massimo garbo possibile, nell’estate del 2006 avete scelto un’altra pista.

Triade da cacciare

Era da tempo che volevate sbarazzarvi di quella Triade troppo ingombrante. Umberto Agnelli, che quei dirigenti li aveva scelti e prediletti uno a uno, era morto. In casa Fiat gli uomini che erano stati cari all’Avvocato Gianni Agnelli non avevano la benché simpatia per gli uomini che erano stati cari al Dottore Umberto Agnelli. Lei ne aveva di consiglieri prestigiosi che le suggerivano di sbarazzarsi di Moggi e Antonio Giraudo, l’uomo che a tutt’oggi cura gli interessi del ramo umbertagnelliano della famiglia e dunque dei suoi cugini, il ramo che sghignazza a sentire che Giraudo faceva parte di un’associazione a delinquere. E poi c’era che la Fiat del 2006 era alle soglie dell’abisso finanziario, non poteva permettersi di sfidare il governo di sinistra-centro e l’establishment industriale milanese che faceva capo a Pirelli-Telecom e compagnia intercettante.

Senza difesa

A questo punto voi avete pagato lautamente un avvocato torinese perché non difendesse la Juve. Un avvocato che aveva dichiarato di non aver visto la gran parte delle carte processuali, ma che quel poco che aveva visto bastava perché la Juve fosse scaraventata in serie C. Quello che lo aveva fatto inorridire noi non lo abbiamo mai visto né ascoltato. In compenso stiamo ascoltando, e mille altre ne ascolteremo, le telefonate (in cui non c’è nulla di illegale) in cui dirigenti di tutte le squadra rivali della Juve confabulano con i designatori e premono su di loro. Chiacchiere al telefono, naturalmente. Per me Giacinto Facchetti è e resta l’uomo che andava giù per le fasce, cento volte a partita. Un grande campione, punto e basta. Esattamente come Luciano Moggi è per noi l’artefice e il costruttore della squadra che ha vinto e stravinto dappertutto senza costare alla sua famiglia, caro ingegnere Elkann, nemmeno un euro. E poi c’è che la condanna inflitta alla Juve nell’estate del 2006 non era una condanna, e bensì un ergatostolo. Una condanna a morte, l’interruzione violenta di una storia, la sua distruzione, una squadra fatta a brandelli e che era costretta a vendere i suoi campioni all’Inter rivale. Tanto che la Juve di oggi è sprofondata nell’abisso che lei sa, caro ingegnere.

Errore da correggere Bene.

Sbagliamo tutti, voi avete sbagliato nell’estate del 2006. È il tempo di correggere quel vostro errore. È il tempo di chiedere indietro quello che è stato rapinato alla società di Corso Galileo Ferraris e alla leggenda della Juventus, la squadra di calcio la cui storia è inscindibile dalla famiglia Agnelli, la famiglia di cui lei è il membro di quinta generazione. Ingegnere, abbiate il coraggio di correggere il vostro errore. Non siate timido, non avete di fronte dirigenti di calcio o giudici sportivi che siano degli eroi o degli “onesti”. Avete di fronte degli esseri umani, che sbagliano a loro volta e che intrigano a loro volta. Siate a vostra volta degli esseri umani, gente che non si fa prendere a ceffoni senza reagire. Pensi, caro ingegnere, a Gianni e a Umberto Agnelli. Ai due fratelli che se fossero stati vivi Calciopoli non sarebbe neppure cominciata. Neppure cominciata la farsa in cui un ex membro del consiglio di amministrazione dell’Inter sarebbe sbarcato a Roma a cambiare i giudici che dovevano decidere se sì o no meritava di essere coperta di fango la squadra di cui otto titolari su undici erano in campo nella finale di Coppa del mondo del luglio 2006. La squadra costruita da Moggi e Giraudo. La squadra che fa da stemma della storia della famiglia, ingegnere Elkann. Tutto questo sia detto con garbo, caro ingegnere. Buon lavoro, buone decisioni. Decisioni pro veritate.

(Giampiero Mughini – Libero)

Morattopoli


L’Onest’uomo definisce “robe da matti” le notizie e le intercettazioni scovate dai legali di Moggi (e nascoste dagli investigatori) nel corso del processo di Napoli. Non sono robe da matti. Le robe da matti sono le cose fatte dalla proprietà e dalla società Juventus nel 2006, quando fece di tutto per non difendersi e per essere condannata.
Non sono stupito. Non sono nemmeno entusiasta. L’ho scritto dal giorno numero 1, di quattro anni fa, che quelle telefonate ai designatori le facevano tutti. Non importa cosa si dicessero, perché la Juve non è stata condannata sportivamente (penalmente Moggi sarà assolto) per le cose che sono state dette durante quelle telefonate non dissimili e forse anche più innocenti di quelle venute fuori allora sugli incontri segreti tra arbitri e dirigenti di altre squadre e quelle nuove di questi giorni. No, la Juve è stata condannata per violazione dell’articolo 1 del codice sportivo, quello sulla lealtà sportiva, secondo cui non è leale intrattenere rapporti con i designatori. Su questo sono d’accordo: non è leale intrattenere rapporti con i designatori. Ma non è un illecito sportivo (partite truccate), perché di per sé i rapporti conviviali non si tramutano necessariamente in favori, rigori, ruberie e quant’altro, specie se tutti si intrattengono con tutti.
Ma la Juve, ripeto, è stata condannata per sei violazioni dell’articolo 1, per violazioni del principio di lealtà sportiva che i giudici scelti uno a uno il giorno prima del processo (e dopo aver cancellato un grado di giudizio) dall’ex consigliere d’amministrazione ed ex avvocato degli indossatori di scudetti altrui hanno comicamente trasformato, in nome del sentimento popolare (“arbitro cornuto”) e delle cronache miserande della Pravda rosa che si trova sui banconi dei gelati nei bar dello sport, in un illecito sportivo senza che ci fosse traccia di partite combinate, sorteggi truccati, ammonizioni mirate, passaggio di soldi eccetera.
La cosa più importante che sta accadendo a Napoli non è il numero di telefonate di Moratti e Facchetti (e di altri dirigenti) con gli arbitri, nemmeno il numero di cene e di pernottamenti a casa di un designatore, anche se qualcuno chiamava l’ex terzino “rompicoglioni” per quante volte era solito telefonare. La cosa più importante è che il processo, ignorato dai media nazionali ma trasmesso da radioradicale, sta sbriciolando la tesi della cupola moggiana e ridicolizzando l’inchiesta fondata sulle cronache del giornale di Carlo Verdelli.
Le telefonate trascritte dai legali di Moggi sono assolutamente innocenti, ma provate a leggerle sostituendo il nome “Moratti” con “Moggi” e immaginate che cosa sarebbe successo sui giornali dei poteri forti con tutti quei “io ci tenevo ad incontrarLa”, “le devo fare una confidenza”, “mi hanno strizzato l’occhio” (i guardalinee), “vediamo di fare dieci risultati partite utili di fila, eh!”. Chiacchiere da bar in questo caso, chiacchiere da bar nel caso di Moggi.

Ultima cosa, la Juventus. Proprietà e dirigenti della società che è quotata in Borsa devono difendere per statuto e interesse il patrimonio e gli azionisti. Devono chiedere la riapertura dei processi sportivi, avanzare esposti al procuratore Palazzi (che fa, dorme?), chiedere i danni (come ha fatto ieri quel gigante di Bobo Vieri).
Delle due l’una: o queste telefonate le facevano tutti, non contano niente, non costituiscono illecito sportivo – come credo io e quindi restituite gli scudetti, chiedete scusa e ringraziate il cielo che non chiediamo di annullare tutti i campionati successivi – oppure sono un reato come quello per cui la Juventus è stata condannata e, con lo stesso metro, vanno tolti i cinque scudetti agli indossatori di scudetti altrui. Tertium non datur. Se si scegliesse la seconda strada, quella giustizialista che però ora ai giustizialisti non piace, io sarò in prima fila a difendere gli indossatori di scudetti altrui, vincitori meritoriamente sul campo di quattro dei cinque ultimi campionati, per quanto falsati e sminuiti e resi “aziendali” dall’eliminazione degli avversari. (Cristian Rocca)

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