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La macchina del dolore (Gramellini)


Siamo tutti vittime della stessa macchina. La macchina del dolore, che si nutre di casi umani e in cambio macina numeri dell’Auditel, quelli che fanno la gioia e il fatturato dei pubblicitari. Loro, i burattinai. Gli altri – giornalisti, pubblico, ospiti – i burattini. Colpevoli, naturalmente, ma solo di non avere la forza di strappare il filo. Federica Sciarelli è una giornalista in gamba e una persona perbene, ma forse ha mancato di freddezza. Avuto sentore della notiziaccia, avrebbe dovuto mandare la pubblicità e soltanto dopo, lontano dalle luci della diretta, rivolgersi alla madre in pena, invitandola ad allontanarsi dal video e a chiamare i carabinieri. Una questione di rispetto, ma in questa società di ego arroventati chi ha ancora la forza e la voglia di mettersi nei panni del prossimo, guardando le situazioni dal suo punto di vista?

Noi giornalisti siamo colpevoli di abitare il mondo senza provare a cambiarlo ed è una colpa grave, lo riconosco.

La consapevolezza del potere dei media accresce le nostre responsabilità, ma non può annullare completamente quelle degli altri. Mi riferisco anzitutto agli ospiti dei programmi. Il presenzialismo televisivo della mamma di Sarah ha l’attenuante della buona fede. Ma fino a qualche anno fa i parenti delle persone scomparse andavano in tv per il tempo minimo necessario a leggere un comunicato o pronunciare un appello. Poi si ritiravano nel loro sgomento. Adesso non trovano di meglio che bivaccare per giorni e giorni in tv: non davanti al video ma dentro. Spalancando alla prima telecamera di passaggio la stanza della figlia scomparsa e accettando di partecipare a una trasmissione come «Chi l’ha visto?» dalla casa del cognato, sul quale in quel momento già gravavano forti sospetti.

Non accuso la signora: è cresciuta con questa tv che sembra onnipotente, nel vuoto che c’è. Una tv che è vita meglio della vita e in cui il Gabibbo ha preso il posto del poliziotto, «Forum» del pretore e «Chi l’ha visto?» del detective Marlowe. Mi limito a riconoscere in quelle come lei la vera carne da macello televisivo. Carne che si immola volontariamente, nella convinzione che oggi la televisione possa darti tutto, persino tua figlia. Giornalisti emotivi, tronisti del dolore. Il ritratto di famiglia è quasi completo. Manca l’ultimo tassello, forse il più importante. I telespettatori. Le tante prefiche guardone che sputano sentenze dal salotto di casa. Ah, quanta sacrosanta indignazione! Peccato che durante il melodramma il pubblico di «Chi l’ha visto?» sia più che raddoppiato. Erano talmente occupati a indignarsi che si sono dimenticati di compiere l’unico gesto che potrebbe davvero cambiare questo sistema fondato sul pigro consenso del popolo: spegnere il televisore.

(via La Stampa)

L’editto abruzzese


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L’altra volta dalla Bulgaria, ora dall’Abruzzo: Berlusconi tuona di nuovo contro Michele Santoro e la sua trasmissione Annozero. Anche stavolta sono arrivate sanzioni dopo l’anatema di Berlusconi, che non ha usato mezze misure per definire l’ultima puntata andata in onda sul terremoto in Abruzzo. Non solo Berlusconi, tuttavia, ha avuto parole dure, ma anche Fini e molto esponenti del Pd. Persino il neo presidente della Rai, Paolo Garimberti, ha sin da subito dichiarato l’urgenza di approfondimenti sul “taglio” dell’ultima puntata, per molti “sciacallaggio” nei confronti della Protezione Civile. Il “processo”, durato appena pochi giorni, ha sancito nuove misure disciplinari: a Santoro la Rai chiede di “riequilibrare” la sua trasmissione, e al tempo stesso sospende Vauro, autore di un vignetta molto contestata (in foto). Sebbene sia da tutti difesa la libertà di informazione, nei fatti la politica dimostra ancora una volta di soffrire le critiche. Santoro non sarà allontanato dagli schermi, come confermato dal direttore di Rai2, Marano, in risposta a una indiscrezione del Riformista secondo cui Annozero avrebbe chiuso i battenti quest’anno, ma è altresì evidente che sia in atto un’azione silenziante e tranquillizzante. Se lo (ri)cacciano ne fanno un martire, ma se lo ammorbidiscono diventa innocuo.

In difesa di Santoro, ovvero del giornalismo


Non comprendo la natura e le giustificazioni di tutte le critiche che stanno piovendo su Santoro e Anno Zero. A parte le naturali lagnanze del Governo (finalmente Fini è tornato quel che era, se ne sentiva il bisogno, pena crisi d’identità per noi poveri sinistrati), mi hanno stupito invece le critiche degli abruzzesi e di quanti hanno preso a cuore le sorti dei terremotati. Insomma non ci ho capito molto, a dire il vero. Dove avrebbe sbagliato Santoro, forse non doveva intervistare gli sfollati critici, non doveva segnalare qualche mancanza da parte della protezione civile? Al contrario ritengo che il lavoro giornalistico debba essere proprio questo, anche perché bisognerebbe smetterla di elogiare la Protezione civile che sta lì proprio per gestire le emergenze e dunque non c’è da assegnargli un oscar se accorrono sui luoghi del disastro. Trovo condivisibili le parole di Travaglio ma soprattutto quelle di Diego Cugia, che scrive:

A parte “Report”, qualcosa di “Ballarò” e un pizzico di “Blob” e de “Le Iene”, non esiste attualmente nessuna offerta televisiva che, al pari di “Anno Zero”, svolga una sana, indispensabile funzione di giornalismo critico e d’inchiesta in Italia. Per questo, piaccia o meno, mi stia simpatica o un poco “allergica”, la trasmissione di Santoro giustifica ampiamente, per quanto mi riguarda, il pagamento del canone pubblico, perché serve da pungolo, approfondimento e stimolo alla formazione delle opinioni in un mare di desolante pensiero unico o non pensiero tout-court. A partire -salvo rare eccezioni- dalla mediocrità dei telegiornali che sono di una monotonia stucchevole, come se qualcuno avesse ordinato che i Tg si fanno così o niente, mentre credo che il modello, l’impianto, avrebbe urgente bisogno di autori, forse più della carta stampata. Il fatto che il Governo, presieduto dal proprietario della televisione concorrente, sia sceso in campo contro un programma di due orette a settimana come “Anno Zero”, e si debbano leggere, con imbarazzo di essere italiani, dichiarazioni di fuoco del presidente della Camera e dell’ex ministro delle comunicazioni, è sia tragico che ridicolo. Prima di tutto perché ciò convincerà ancora di più Santoro di essere Santoro (e questo mi costringerà ad assumere dosi spropositate di antiallergico prima di potermi godere il suo programma) in secondo luogo, perché è la millesima riprova (e non se ne sentiva davvero il bisogno) che il nostro governo è schierato contro la libera opinione e l’art.21 della Costituzione.

La morte di Sandro Curzi


 

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Da quando aveva smesso di fare il giornalista per diventare un politico, io non lo capivo poi tanto. Negli ultimi tempi, dalla sua poltrona di consigliere di amministrazione alla Rai, s’era messo a perorare la causa persino di uno come Saccà. Qui e là qualche stoccata alla sinistra, che sembrava ormai stargli sulle balle. Ma da giornalista a me è piaciuto molto, ed è così che voglio ricordarlo.

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