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101 modi per far soffrire gli uomini (ossia, 101 modi per stupire sempre)


Bella e brava. Sarebbe una sintesi perfetta per definire la mia amica Daniela Farnese, meglio conosciuta come Dania o semplicemente malafemmena. Sarebbe una sintesi perfetta, dicevo, ma Daniela è molto di più. O molto di diverso, se vogliamo. Per anni etichettata come sexy blogger, laddove invece, in quei suoi genialissimi e dissacranti tweet, si celava una finissima intellettuale. Ma in fin dei conti Daniela sull’equivoco ci ha sempre giocato, come quando si diverte a pubblicare foto sexy solo per il gusto di assistere alla reazione. Da qualche tempo ci siamo un po’ persi di vista, non che prima ci vedessimo tutti i giorni, l’ho incontrata appena una volta, però un tempo chiacchieravamo spesso. Ho saputo che ha cambiato lavoro e ne ha iniziato uno più confacente alle sue doti artistiche. Questa del libro, poi, è una notizia che mi ha colto di sorpresa giacché per me Daniela è sempre stata la regina della sintesi. Non voglio dire che sia poco portata alla scrittura, tutt’altro, lei ha persino una laurea di quelle che ti lasciano con la mascella spalancata. Però un libro, non me lo aspettavo, ed è forse per questo che mi entusiasma ancor più leggerlo. Anche stavolta, ha saputo stupire tutti. Brava!

Basta twittare con giudizio


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Un tempo la pensavo perfettamente come Roberto Dadda: Twitter mi sembrava uno strumento assolutamente inutile, uno stupido ciarlare intorno a fatti privati che in fin dei conti possono non interessare a nessuno. Poi dopo averne parlato col mio amico Luca mi sono persuaso del fatto che almeno valesse la pena provarlo. Così ho capito che Twitter è un gran bello strumento di comunicazione, non di community e nemmeno di socializzazione, ma un vero e proprio microblog. Tuttavia certi eccessi francamente li considero patologici: l’uso compulsivo delle “twittate” può nascondere una certa predilezione all’egocentrismo laddove nella vita reale la persona ha scarsa rilevanza sociale. Di questo spesso ne ho parlato con Dania ed assieme concordiamo che Twitter e FriendFeed (anche Facebook) per alcuni sono potenti accrescitivi di autostima. A mio parere l’analisi di Roberto Dadda presenta due falle: primo, non è detto che si debba usare Twitter e soprattutto seguire i fatti degli altri; secondo, se qualcuno ne fa un uso eccessivo, compulsivo o sbagliato, non è detto che lo strumento sia di per sé inutile. Una persona può twittare che sta mangiando uno splendido sformato nel ristorante tal del tali ma certo non dovrebbe informare gli amici quando va al bagno. Quando si dice che il social-web provoca dipendenza si racconta una verità inconfutabile: come per una droga, molti utenti si lasciano guidare semplicemente dalla smania di “esserci”, di dire qualcosa giusto per manifestarsi. Mentre invece dovremmo essere noi stessi a determinare quando è giusto “comunicare” e soprattutto comunicare al mondo.


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