Cronaca di un infarto


Siete liberi di toccarvi, ma il racconto di Ilvo Diamanti è bellissimo.

L’ho sentito arrivare che stavo a casa mia, pronto a recarmi a un incontro, dove mi attendevano molte persone. A discutere di cambiamenti sociali, culturali, religiosi. Mi ha fermato un dolore muto. Più che un dolore, un senso di oppressione al di sotto della bocca dello stomaco. Tanto che ho pensato a un’indigestione  –  la sera prima, sul tardi, avevo mangiato la pizza con un amico. Non dovrei, perché la digerisco a fatica, ma mi piace. E a volte  –  poche – transigo. Sono rimasto lì ad ascoltare questo dolore muto, che non accennava a diluire, a perdere intensità, nonostante l’attesa. Nonostante qualche palliativo. Non l’avevo mai provato. Non richiamava il pericolo che tutti, alla mia età, temono. L’Incombente, che ti aspetta all’angolo della strada, in qualsiasi momento della tua vita. Ti aggredisce. All’improvviso. Non avevo dolori al torace, alle spalle. Solo questa pressione allo stomaco, che si allargava e si acuiva. Ma io sapevo, ne ero certo, che era lui. Stava arrivando. E non l’ho atteso.

Ho avvertito mia moglie: “Portami all’Ospedale subito. Sta arrivando”. E lei, con il (suo) cuore in bocca, mi ha caricato in auto ed è partita. Mentre il senso di oppressione diventava più pesante e mi faceva male. Ha viaggiato di corsa, sempre più di corsa, azzardando sorpassi e manovre che mai aveva rischiato, nella sua vita. In un quarto d’ora siamo arrivati al Pronto Soccorso dell’Ospedale San Bortolo, dove il mio amico Vincenzo mi ha accompagnato dritto in sala operatoria. Pronta. Perché ne era appena uscito un’altra persona, un 40enne, colpito da infarto. Mi hanno operato subito, dopo che i test dedicati avevano confermato che avevo ragione.

L’Infarto: era arrivato. Appena arrivato. E io ero arrivato. Appena in tempo. Mentre la sonda risaliva l’arteria femorale destra, sul monitor ho visto, intuito il mio cuore trafitto. La coronaria sinistra chiusa. Riaperta. Ho visto il mio ventricolo sinistro, contrarsi. Ho sentito dolore. Un dolore non più muto, ma forte, violento. Come mai avevo provato. Un dolore senza un luogo, un punto specifico e definito. L’ho sentito defluire, insieme al sangue che attraversava di nuovo il mio cuore. Tutto finito, mi hanno detto. Tutto passato. Il peggio. Mi hanno detto, mentre mi portavano all’Unità di Terapia Intensiva Coronarica. Dove sono rimasto sette giorni. Un altro intervento per liberare e cautelare la coronaria. Tre stent. Quasi un simbolo di status, mi hanno scritto molti amici. Il marchio di un club. Tutto passato. Il peggio. Mi hanno detto. E continuano a dirmi, via via che le mie condizioni migliorano. Tutto passato. Ma il presente è diverso. Sette giorni con me stesso. Accanto a me solo i medici, gli infermieri, le infermiere. Mia moglie. Sette giorni a guardarmi dentro. Ad ascoltarmi. A entrare dentro il mio cuore. Che, per definizione, è un muscolo involontario. Funziona a prescindere dalla nostra volontà. Per vivere dovremmo vivere come se. Non ci fosse. Ma c’è. Lo so. Per giorni, attaccato a un contropulsatore, gli occhi fissi sul monitor che  esplorava il mio cuore senza sosta, l’ho guardato. Cioè: mi sono guardato e ascoltato dentro.

Protetto dal mondo, che non doveva interferire con il rapporto fra me e il mio cuore. Fra me e me. Gli echi di quel che succede fuori mi sono arrivati, attraverso i giornali, una radiolina. Sgradevoli. Più sgradevoli di sempre. La nostra indifferenza nei confronti degli altri che abitano davanti a noi. Mi è parsa oscena.  La pagheremo. E poi il rumore di fondo, con quell’immagine sempre in movimento, la stessa, lo stesso, che si agita, strepita, sempre lui, sempre fermo, nello stesso punto. E il rumore mediatico che lo amplifica. Insopportabile.

L’Infarto mi ha cambiato. Mi ha fatto sentire solo e, al tempo      stesso, meno solo. Perché in un mondo di relazioni disattente e multiple tutto sembra uguale, in-differente. Durante e dopo l’infarto ti guardi dentro e intorno. E senti. L’importanza dei tuoi. La moglie, i figli. Mio padre, le mie sorelle. I legami stretti. Ma anche la rete delle persone che contano. E non sono poche.

L’infarto è un’occasione, se hai la fortuna di incontrarlo senza danni irreparabili. È un’occasione che ti è data. D’altronde, non può essere per caso. Che io lo senta, quando ancora non è arrivato. E che mi raggiunga a casa, e non in viaggio oppure lontano, come mi capita spesso e sempre più spesso. Che, di sabato, io trovi una sala operatoria preparata e una dottoressa, esperta pronta a operarmi. Come fossero lì, ad attendermi. Che tutto avvenga in una Unità terapeutica di eccellenza. Non può essere un caso. Per caso.

L’infarto è un’occasione, se lo accogli senza fingere. Che nulla sia cambiato. Che tutto continuerà come prima. Se non ti fai prendere dal panico e dalla paura. Dalla paura della paura.

L’infarto è l’occasione per ri-cominciare. Se ne sei capace. Per guardarti dentro e intorno. Perché domani, certo, è un altro giorno. Ma anch’io, oggi, sono un altro. Diverso da prima. E non sarò più lo stesso.
È il motivo per cui ho scritto queste cose. Non me le sono tenute dentro, per pudore e con paura. Ho raccontato i fatti miei. Ho esibito me stesso. (Sfidando il fastidio di molti a cui, sicuramente, dei fatti miei non interessa molto). Ma l’ho fatto – anzitutto e soprattutto – per me. Per non dimenticare.
Per impedirmi di ritornare. Indietro.

3 Risposte to “Cronaca di un infarto”

  1. sticazzi! complimenti per la mente lucida, per averlo condiviso e per averci messo in allerta.

    (gli in bocca al lupo sono doverosi, oltre che piacevoli da fare in questi casi ma non sono la cosa più importante)

    Vivere una nuova vita è una cosa importante, visto che hai la fortuna di poterlo fare. e magari noi, che leggiamo, impariamo senza dover afre per forza questa tua dolorosa (e rischiosa) esperienza a uscirne fuori, e rinascere ogni giorno, come hai fatto tu, l’altro giorno.

    grazie,
    luca.

  2. ho letto il suo racconto dell’infarto e solo Dio sa quanto l’ho capita…non si torna mai pu’ come eravamo, nemmeno dopo sette anni! Leggendo le sue righe ho rivissuto quel giorno,qundo quel”dolore” mi ha devastato il corpo e la mente davanti ai miei alunni(insegno in un istituto professionale a Livorno),attoniti e impotenti,e la corsa all’ospedale di Pisa,l’urlo della sirena,i discorsi di chi accanto a me pensava che non sentissi, e l’orrore della morte che mi sentivo adddosso,la sala operatoria,il primario che dice la stiamo perdendo,(avevo la shiuma alla bocca e non rispondevo ad alcuno stimolo).poi la sonda nella femorale,su su fino al mio cuore che nel monitor improvvisamente torna a pompare,ed io in un attimo torno ad essere viva! E’ stata dura per me tornare a vivere, per lungo tempo,ho avuto paura della mia ombra, ho avuto molte difficolta’ a tornare a scuola al mio lavoro, ma come lei ho scoperto gli altri, tutte le persone intorno a me che mi hanno aiutato a tornare a vivere,e senza le quali non so come avrei fatto….adesso sto meglio…e come mi disse il cardiologo que giorno “lei e’ fortunata signora, da oggi festeggera’ due compleanni, il primo, il 29 dicembre 1952, il secondo il 31 ottobre del 2003”,lo faccio ma della prima Antonella,non c’e’ rimasto molto…si cambia…inesorsbilmente!!!! Le faccio gli auguri piu’ cari, con tutto il mio cuore.. antonella frittelli

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