Napoli di Giorgio Bocca


Nel quartiere Pallonetto di Napoli ci sono 400 falsi matti che ricevono sussidi e pensioni d’invalidità dalla pubblica sanità. Un quartiere a ridosso dei grandi hotel. dei turisti. Il Municipio e ora anche la Procura hanno aperto una indagine per capire il nuovo monstrum della sanità partenopea. – Se ci sono delle mele marce- ha detto l’assessore competente -verranno eliminate-. Quattrocento mele marce sono la normalità, che si traduce a livello civile medio in anarchia sanitaria. Questo monstrum sanitario all’evidenza era noto da tempo, perché in un piccolo quartiere dove la gente vive. per cosi dire. addosso al prossimo nel reticolo dei vicoli è impossibile che non fosse noto e arcinoto che decine e decine di finti ciechi per pazzia riscuotessero pensioni e sussidi continuando a guardare la televisione e a guidare l’automobile. Insomma al Pallonetto si era creata da chi sa quanto tempo un’organizzazione che funzionava come un orologio di precisione: medici compiacenti rilasciavano certificati d’invalidità, i falsi invalidi presentavano domande di assistenza all’azienda sanitaria locale. Asl, dove una commissione inoltrava la pratica al Comune. che a sua volta incaricava l’Inps di provvedere al pagamento.
Ora in Comune si dice che é stato un funzionario onesto e zelante a scoprire la truffa, ma é un modo per nascondere la verità: l’intera comunità sapeva da tempo, e taceva, per non dire che approvava. Siamo cioè a uno dei tanti monstrum di quell’incurabile piaga sociale, di quell’inestirpabile anarchia che resiste da secoli nelle grandi città del nostro Meridione. C’è chi traveste questa anarchia da manifestazione di colore locale, da napoletanità. e lo scrittore La Capria ne ha dato una brillante spiegazione: “Accortisi di non vivere in armonia con la natura e avendone estrema necessità, I napoletani cominciarono a recitarla. E così iniziò la loro recita collettiva…”
Ma con le recite non si esce dal sottosviluppo, e il dramma di Napoli é che il suo non solo si riproduce. ma si aggrava. Vent’anni fa un amico napoletano mi accompagnò in visita del maggiore ospedale della città e mi fece incontrare il presidente della USL 40, quella del Cardarelli. “Il Cardarelli mi disse, -opera come gli altri ospedali napoletani. Per ora riusciamo a garantire il minimo». Un anno dopo seppi dai giornali che anche lui era inquisito per illeciti amministrativi. Il Cardarelli funzionava al minimo come i ministeri romani, solo di mattina, il pomeriggio i medici si occupavano delle loro attività private. Molti in tre giorni esaurivano il lavoro settimanale e concentravano in un giorno le quattro ore che ogni giorno avrebbero dovuto dedicare alla formazione professionale. Ero stato al Cardarelli quattro anni prima, accompagnato da un radiologo sindacalista, e ora constatavo che le cose erano cambiate. Ma in peggio: il Cardarelli stava sempre in una pineta lastricata di automobili, quasi tutte vecchie e arrugginite, il solo modo per non farsi rubare l’auto da una gang che opera lì da anni, che tutti conoscevano, come i falsi matti, e che nessuno in città denunciava perché in città i furti d’auto sono assolutamente normali come gli accoltellamenti. “Entri, vada in giro e nessuno-, mi aveva detto il mio accompagnatore. -le chiederà chi è” E chi mi ha accompagnato nelle visite successive: -Guardi, le pareti hanno la stessa tinta degli ospedali del Terzo Mondo-. Un reparto modernissimo del primario che conosce “le vie privilegiate” e accanto altri in cui gli ammalati sono sistemati nei corridoi. magari contorti, stralunati a occhi chiusi. come a dire che non vogliono vedere più niente di questa sporca vita. In alcuni di questi reparti sembra di essere in una stazione. gli ammalati in mezzo alla baraonda di parenti. amici, infermieri che continuamente si fanno un caffè.

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