Cadere da una gamba all’altra


sofri

Il solito favoloso incipit di Adriano Sofri

Tutt’a un tratto, il modo di camminare di B. sembra agli spettatori dei telegiornali buffo, e benché avanzi con un passo studiatamente spedito, come chi faccia intendere di avere molto da fare, e cose della massima urgenza universale, più che avanzare sembra squagliarsela. E più che camminare cadere da una gamba all’altra. Giuliano Ferrara ha indirizzato ieri a B. dalla prima pagina del Foglio una scintillante lettera aperta (ah, quanto ho aspettato di lodare Giuliano F. su queste colonne!), con un titolo definitivo: “Il 24 luglio”. Chissà se B. ha inquadrato fin dal titolo di che cosa si trattasse, o la sua felice smemoratezza – come quella volta che, avvertito di papà Cervi, si offrì subito di andarlo a trovare – gli ha attutito il colpo. Chissà se ha chiesto ai vicini (era in giro per l’Europa, ieri) che cosa diavolo significasse il 24 luglio, e chissà che cosa si siano ingegnati di rispondergli. Il giorno prima del 25 luglio, gli avranno detto, o anche, dopotutto, il giorno dopo il 23. Era il 1943, c’era una guerra spaventosa, mucchi di morti a milioni, il bombardamento di San Lorenzo era avvenuto cinque giorni prima. Non scherziamo, paragoni così non li fa Giuliano F., non li fa nessuno. Le nostre sono bazzecole. Non la caduta di un dittatore, promessa di liberazione e intanto preludio a un nuovo disonore e a una carneficina: semplicemente, la tragedia di un uomo ridicolo. La vigilia della fine di un commesso viaggiatore. Escluso l’accostamento che suonerebbe oltraggioso, l’invenzione di Giuliano F. è la più suggestiva. È una storia italiana. La storia del capovolgimento repentino di un successo, il naufragio – per evocare un’immagine più appropriata al protagonista – di una nave da crociera sulla quale si raccontavano barzellette fesse e si ballava sfrenatamente fino a un momento fa, e un momento dopo i topi corrono già al punto di raccolta delle scialuppe. Varrà la pena di fendere la calca dei naufraghi fino a guadagnarsi lo sguardo migliore dal ponte, come un Plinio curioso di scrutare un’ennesima prova della natura umana. Qualcuno resterà accanto al capo che va a fondo (qualcuno resta sempre, e non è detto che siano i peggiori). Qualcuno se la darà a gambe, il più lontano possibile (l’ambasciata tedesca a Roma, annoterà un gerarca nazista, diventò in quella fine di luglio una affollatissima agenzia di viaggi). Qualcuno prenderà la prima fila nel ripudio del capo che vacilla – nel codardo oltraggio, diciamo così. Ammesso che non si ricordi bene come andarono le cose il 24 luglio del 1943 – e poi il 25 luglio del 1943 – B. si ricorda senz’altro come sono andate col tracollo della Prima Repubblica, del quale, in fondo, è stato il paradossale beneficiario per tanti anni: ancora un po’, e avrebbe toccato anche lui il ventennio. È qui il primo difetto veniale dell’invenzione di Giuliano F.: la formula del “24 luglio permanente”. “Altrimenti – ha scritto – si andrà avanti con questo 24 luglio permanente”. Credo di no. Come nella chimica delle cristallizzazioni, quella degli amori che nascono e degli amori che muoiono secondo Stendhal, c’è la precipitazione, e il 24 luglio è la precipitazione. Dura poco, quando arriva, il 24 luglio. E, non per allarmare ancora di più B., cui auguro un commiato confortevole, ma il 24 luglio non fu nemmeno una vera vigilia: la riunione del Gran Consiglio del fascismo cominciò quel pomeriggio, con la relazione di M., e finì alle tre di notte. Il 25 luglio sì, ma solo per tre ore. Poi venne il pomeriggio, la visita di M. al re, il suo congedo in soli venti minuti, il suo umiliante arresto in una “lercia autoambulanza” all’uscita. Che una febbre improvvisa attraversi una maggioranza parlamentare “introvabile” fino a ieri per l’ampiezza e, per così dire, l’allegra superfluità, si spiega con quell’antica e rinnovata memoria di naufragi e ribaltoni e 25 lugli e hotel Raphael. Si dovrebbe scattarne un’istantanea, della larga maggioranza, per studiare l’inclinazione dello sguardo di ciascuno: verso il capo, verso il vicino, verso l’uscita di sicurezza più prossima. Nella notte del Gran Consiglio, nel breve trapasso fra il 24 e il 25 luglio, diciannove votarono contro M., sette contro, uno si astenne. Giochi fatti. Succede così, quando si apre una crepa, e non viene rimarginata. Intendiamoci, questi sono ancora pieni di soldi e di bischerate. Però si può già, senza iattanza – sono sempre loro che tengono il coltello per il telecomando – immaginarne le mosse. Che misure starà prendendo fra sé e sé un intrepido avvocato difensore secondo il quale – ancora alla data di ieri – B. non pagherebbe mai una donna, avendone “grandi quantitativi”? Duri quanto duri la notte del 24 luglio, l’epitaffio è già stato dettato. Quella che ballava fino a un momento fa era l’Italia dei grandi quantitativi, di donne e di tutto. Meglio che sul solito Titanic, come i magnati e i magnaccia sull’incrociatore Aurora. Erano altri tempi, il 24 luglio, e le veline erano ancora tassativi fogli di istruzione per i mezzi di comunicazione, non ragazze ammucchiate nella stanza adiacente alle istituzioni. Maria José, che era la moglie dell’erede al trono ma detestava il fascismo e aveva a che fare con inglesi e americani e bravi monsignori, fu tuttavia disgustata dalla rapidità con cui “la gente buttava giù le statue e i busti di Mussolini, i fasci littori, le aquile e tutte le insegne del regime… Soltanto ieri lo avevano osannato, ora lo condannavano furiosamente”.

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