Sean Penn a L’Aquila


spenn

Non ho molto gradito la sparata di Napolitano contro i fotografi che in definitiva sono in Abruzzo a fare il proprio mestiere, e non ho nemmeno molto da ridire sui registi che hanno girato dei documentari o su quelli che si son limitati a scrivere un articolo. La solidarietà la si può dimostrare in vari modi, senza per questo gridare sempre allo sciacallaggio mediatico. Anche di Sean Penn si disse che aiutava le vittime di katrina a New Orleans solo per farsi pubblicità, ma lui lì c’era mentre tanti altri artisti americani se ne stavano beati nelle loro ville. Il mondo del cinema, così come quello degli intellettuali, ha il dovere di parlare della tragedia in Abruzzo, del dolore di tanta gente, dell’angoscia di un popolo diseredato del suo passato e del suo futuro.

2 Risposte a “Sean Penn a L’Aquila”

  1. Dai Antonio, lo sai bene come sono certi giornalisti. Mica tutti hanno un’etica. Ma l’hai visto il tizio che è corso con il microfono in mano a chiedere alla vecchietta appena tirata fuori di casa se fosse contenta? Dai, su. E la giornalista che ha aggredito quella famiglia chiusa in auto in piena notte?
    Daaaaai. In queste occasioni i pessimi giornalisti (sono tanti, non credere) danno il peggio di sé. E, come si è visto, capita anche a quelli che tanto PESSIMI non sembravano.

    La disgrazia è che abbiamo completamente perso i valori fondanti del vivere civile e tutto viene valutato in base a redditività, share, popolarità… Se lo fanno i medici, vuoi che non lo facciano i giornalisti?
    Chi vive quotidianamente in questo meccanismo di valori alterati, perde di vista il valore dell’essere umano e guarda tutto con occhio famelico, alla ricerca dello scoop.

    Sia chiaro, le responsabilità sono di azionisti, direttori ecc, che probabilmente creano una pressione che l’ultimo anello della catena, il giornalista, subisce senza possibilità di scelta, ma io sono fermamente convinto che un altro giornalismo sia possibile. Credo che sia possibile fare informazione senza morbosità. Informare senza deformare.

    Che non significa, per carità, astenersi dall’interpretare. E’ anche nella capacità di interpretazione che si misura la caratura di un giornalista…

    Però certe scene, certe inquadrature, io forse non le avrei volute vedere. E non lo dico perché non voglio vedere scene che offendano la sensibilità. Anzi: il contrario. Però si vedono chiaramente i servizi montati apposta per strappare la lacrima e quelli costruiti per informare. Sono due mondi diversi.

    Tu dici di no?

    Marco

    • guarda marco non nego che ci siano pessimi giornalisti, del tutto privi di etica e buon gusto. ma il problema qui è un altro: il giornalista non è altri che un lavoratore dipendente. toccherebbe rivolgere le tue condivisibili critiche ai direttori, se non ai lettori che “apprezzano” certe inquadrature, gli scatti o qualsiasi altro metodo di informazione che tu reputi inopportuno.

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