Un teorema da dimostrare prima delle calende greche


moggisigaro

Il processo dei processi – così hanno ribattezzato il processo che si terrà tra pochi giorni a Napoli, che vede imputato big Luciano Moggi, ritenuto dai giudici partenopei il vero capo della “cupola del calcio” – è destinato a durare anni e anni. Ai lunghissimi tempi della giustizia italiana vanno aggiunti i circa cinquecento testimoni (oltre agli oltre cento dell’accusa) che Moggi ha chiamato a deporre in suo favore. Nell’udienza di Napoli, i magistrati dovranno dimostrare che al di là delle telefonate, dei rapporti amicali e delle cene, gli arbitri “designati” dallo stesso Moggi hanno operato per favorire la Juventus. Se per la giustizia sportiva basta la semplice telefonata con l’arbitro, per quella penale è indispensabile provare che dietro alle decisioni del direttore di gara ci fosse realmente dolo. Cioè, come dire, che dietro ogni ammonizione non ci fosse un fallo di gioco ma un progetto preordinato e precostituito per sfavorire le avversarie della Juventus. È per questo che tutti i massimi commentatori hanno già espresso il loro pessimismo su una condanna di Moggi, tenuto pure conto che nell’altro processo, quello che coinvolgeva la Gea World, big Luciano e figlio sono stati prosciolti dall’accusa di associazione a delinquere. Dunque lunghissima sarà l’attesa per conoscere l’esito di questo processo, sul quale, tuttavia, già sembra scritta la (l’as)soluzione.

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