Il silenzio dell’opposizione


di Furio Colombo per l’Unità

Travaglio infatti ha citato dal libro suo e di Gomez «Se li conosci li eviti» e dal libro di Gomez e Lirio Abbate (giornalista antimafia sotto scorta) in cui si narrano alcuni episodi della vita dell’avvocato senatore Renato Schifani prima che fosse eletto, dopo la strepitosa vittoria della sua parte, presidente del Senato e dunque seconda carica dello Stato.

È vero, la carica è alta, nobile e chiede rispetto. Questo rispetto ha due facce. La prima riguarda l’Istituzione ed è, come è giusto, solenne e celebrativa. La seconda faccia è quella del cittadino di un Paese democratico il cui status non varia con la carriera. Ha già – come tutti – il pieno diritto sancito dalla Costituzione. E nient’altro.

Nessuno, in democrazia, diventa sacro, speciale o intoccabile per via di una carica. Nessuno può essere denigrato o calunniato, perché lo difende la legge e le pene che può comminare a chi mente e accusa, sia per ragioni private che per disegno politico. Faccio qualche esempio. 

Molti, nel passato americano, hanno sparlato dei Kennedy, John e Bob, quando uno era presidente e l’altro ministro della Giustizia, molti hanno accusato Johnson per la sua stazione radio nel Texas (che alla fine ha dovuto vendere). Che cosa sia accaduto a Nixon a causa della fastidiosa e implacabile libera stampa americana è nei libri di storia. E per quanto secchi molto alla famiglia Bush (senior e junior) sentir dire che il padre, grande sostenitore della guerra nel Vietnam quando in America il servizio militare era ancora obbligatorio, ha mandato il figlio a fare l’aviatore in Texas (mentre 56mila giovani americani morivano tra Hanoi e Saigon), tuttavia la maleducata stampa americana – editoriali inclusi – continua a dirlo. 

Quanto alle seconde cariche dello Stato, tutto il mondo ormai sa – per merito o colpa della screanzata stampa americana, che il vasto conglomerato Halliburton, azienda presieduta dal vice-presidente degli Stati Uniti Cheney fino a un momento prima di giurare alla Casa Bianca, ha vinto miracolosamente tutti (tutti) gli appalti che contano in Iraq compreso il supercontratto che garantisce a Halliburton di gestire la sicurezza in Iraq con decine di migliaia di agenti privati. Interi editoriali del New York Times e del Washington Post hanno indicato, e continuano a indicare (e provare) il filo diretto che lega il numero due degli Stati Uniti agli affari privati. E se quando (sovente) un giornalista ne parla in televisione nessun conduttore di CBS, NBC, ABC, o CNN, chiederebbe o ha chiesto scusa per il libero esercizio della sua attività professionale.

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Quanto ai politici, se vogliamo restare con la esemplare vicenda della seconda carica dello Stato Dick Cheney può essere utile ricordare quanto segue: tutti i parlamentari democratici di quel fortunato Paese, difendono chi ha osato, con buone inchieste, puntare in alto, a cominciare dalla combattiva presidente della Camera Nancy Pelosi, che è nota anche per alcuni giudizi televisivi su Bush che hanno lasciato impassibili sia i giornalisti conduttori dei programmi che i consigli di amministrazione delle varie reti tv. 

I repubblicani però (ecco un’altra impronta di una grande democrazia) non si schierano tutti per Cheney, a causa del dubbio. Alcuni vorrebbero far luce e saperne di più, anche se l’interessato si oppone. Un conto è la lealtà di partito e un conto è l’integrità di un autorevole leader di quel partito.

Ho già avuto occasione di dire che l’Italia è un Paese sfortunato. Cercherò di articolare questo non lieto pensiero. 

Primo. Marco Travaglio, che ha fama di giornalista investigativo accurato viene invitato a Che tempo che fa per presentare un suo nuovo libro, il tipo di inchiesta-denuncia per cui è celebre e che vende a decine di migliaia di copie. Naturalmente parla del libro e di cose stampate nel libro (uscito ormai da tre mesi senza indignazioni, obiezioni, denunce o scandali). 

Una breve parte di quel libro riguarda il sen. Schifani e rapporti avuti non in un’altra epoca o vita o luogo, ma in Sicilia ai nostri giorni. Il frammento citato da Travaglio è parte di una trattazione molto più ampia nel libro di Gomez e Lirio Abbate uscito da più di un anno e mai intercettato da ire, denunce e indignazioni.

Ma Travaglio (e forse anche Fazio) sembrano aver trascurato due fatti: siamo in televisione, siamo in Italia, siamo sotto Berlusconi, dove il motto sembra essere “tolleranza zero” e non importa se sei extracomunitario. Basta essere extra-maggioranza? Non trovi tutto nuovo, splendido e giusto? Sei fuori e meriti sanzioni.

Secondo. Infatti, da questo momento la domanda non è più quella giornalistica (siamo sicuri?) o giudiziaria (lo ha detto chi, in quali carte o atti o testimonianze?). La questione, fondata o infondata che sia, non riguarda più il presidente del Senato.

Non riguarda neppure la drammatica alternativa tra verità, insinuazione, calunnia.

Tutto si raggruma in un unico grido: come hanno osato? E nella neppure celata promessa: ora sì che la pagano! Si uniscono al coro di grande dignità professionale, manageriale, giornalistica: il direttore di rete, Ruffini, il direttore generale, Cappon e personale vario, consiglieri di amministrazione vari della nota azienda pubblica “in mano ai comunisti” (Silvio Berlusconi in innumerevoli dichiarazioni). Segue comunicato pubblico dei direttori, che non mostrano il minimo interesse per la vicenda dal punto di vista dei fatti. Ma proclamano una giornata di scandalo per l’offesa. E impongo al conduttore del programma – come nella Cina della rivoluzione culturale – l’autocondanna.

Questo giornale ha ricordato che uno dei migliori giornalisti della Rai è stato forzato alla stessa penosa autocondanna e richiesta di scuse, dopo una intervista in cui avevo osato definire Berlusconi (citavo la stampa estera) una barzelletta che cammina. L’avevo detto io, non lui. Ma a lui è stata imposta la gogna di chiedere scusa agli ascoltatori “per il livore” di quella battuta non sua.

Terzo. L’opposizione? Silenzio gelido, come se Travaglio fosse un rumeno caduto in mano a una ronda, mentre tentava un furto con destrezza. Fosse tutto silenzio, certo ci sarebbe da chiedersi da dove nasce tanta indifferenza per una questione di libertà. Perché questa è una questione di libertà di informazione nella sua versione più netta ed esemplare.

Purtroppo non è tutto silenzio. Due personaggi autorevoli e meritevoli di piena stima nella storia Ds e nel nuovo Pd sorprendono con dichiarazioni incomprensibili, Luciano Violante, forse senza sapere di riferirsi a ciò che ha detto e scritto un giornalista costretto a vivere blindato per minacce di mafia (eppure Violante è esperto in materia) liquida le citazioni di Travaglio come “pettegolezzo”, una forma di disprezzo inspiegabile verso chi è – intanto – sotto il fuoco incrociato di un potere vendicativo che tende al controllo totalitario.

La senatrice Anna Finocchiaro, presidente dei senatori Pd, la stessa che si era battuta con bravura e coraggio nei giorni e nelle notti in cui bisognava salvare dal linciaggio morale i senatori a vita colpevoli di sostenere Prodi, adesso condanna senza un’occhiata al testo Travaglio, mostra di approvare la gogna imposta a Fazio e l’agitato servilismo della Rai. Ma introduce un genere giornalistico inesistente, l’intervista con contraddittorio, significa che d’ora in poi dovremo equiparare l’intervista – o almeno l’intervista in Rai, per quanto bravo sia il giornalista – alla conversazione mondana in cui è di buon gusto evitare questioni roventi.

Secondo il Corriere della sera (12 maggio) il senso delle iniziative di Finocchiaro e Violante è questo: «se state dalla parte di Santoro e Travaglio, continueremo a perdere (le elezioni, ndr) per dieci anni».

Non siamo mai stati buoni profeti, a sinistra, sul possibile esito delle elezioni, né sempre geniali nello scegliere le strategie. Sul futuro è presto per parlare. Ma il presente è impegno per la libertà di informazione, è determinazione a impedire che vi siano santoni intoccabili e temi che non possono essere neppure nominati.

Vorremmo appartenere all’Europa, assomigliare all’America democratica e allontanarci da Peron. E sogniamo una opposizione che fa l’opposizione a partire dalla difesa della libertà dei giornalisti. Vorremmo ricordare al governo ombra che esiste un paese ombra che, come succede a tutti i governi, chiederà conto dell’azione di governare. E non suggerisco di cominciare schierandosi dalla parte della Rai che si inchina e che si scusa prima ancora di sapere di che cosa si sta parlando.

 

2 Risposte a “Il silenzio dell’opposizione”

  1. Uhm…quale opposizione?

  2. Ho seguito a “Che tempo che fa” l’intervista di Fazio a Travaglio e anche il day after!:-((
    Ho scoperto che ho un motivo in più per leggere e invitare gli altri a farlo dal momento che T. riportava quanto da lui scritto (e non il 10 maggio) ma, si sa fin che si tratta di libri, dal momento che gli italiani che leggono sono pochi….
    Sono rimasta colpita negativamente della posizione presa da Finocchiaro e Violante e per quello che mi riguarda sono queste le dichiarazioni che ci porteranno a “perdere per altri 10 anni” .
    Comunque a perdere il mio di voto. Sicuramente.

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