
Il simbolo del nuovo partito di Fini.
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La famosa fase rem (rapid eyes movement), cioè il rapido movimento delle palpebre che accompagna il nostro sonno mentre sogniamo, diventa il titolo di un nuovo social network interamente dedicato ai sogni, Rem cloud. Non si deve far altro che iscriversi e scrivere il proprio sogno oppure commentare quello degli altri. Il fine del nuovo social network, tuttavia, è meno mistico di quanto sembri, infatti gli ideatori pensano di costituire un database di tutti i sogni poi da rivendere a scopo di marketing. Tutto fa brodo per i pubblicitari.
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L’Unicredit si è impegnata con i sindacati a privilegiare le assunzioni dei figli dei dipendenti, purché la prole sia laureata e in grado di spiccicare un po’ d’inglese. Si tratta di un progresso formidabile: in tante altre aziende, e non solo bancarie, i figli prendono il posto dei padri anche se sono dei perfetti caproni (con tutto che si può essere perfetti caproni con una laurea e un paio di «how are you»). Il lavoro come diritto ereditario è uno dei cardini del nuovo medioevo e, oltre alla Casta dei politici, oggetto di esecrazione collettiva, ci sono cento, mille caste con l’iniziale minuscola, ma anch’esse con un mucchio di figli da sistemare. La mobilità sociale è uno splendido argomento di conversazione, come la meritocrazia. Ma appena ci si siede a trattare con il datore di lavoro, l’orizzonte etico si riduce precipitosamente al solito familismo amorale: mio figlio prima di tutti, anche di chi è più bravo di lui (dopotutto, chi sarà mai più bravo di mio figlio?).
Uno studente che non ha genitori in banca si starà probabilmente chiedendo il senso delle sue fatiche e se non gli convenga piuttosto intentare una causa di paternità a qualche dirigente dell’Unicredit. E chi il genitore in banca ce l’ha – e però magari desidera diventare carpentiere, flautista o costruttore di macchinine per i plastici di «Porta a Porta» – finirà per tarpare le ali alla sua vocazione perché il privilegio esercita un’attrazione fatale a cui soltanto i puri di cuore e di intelletto (altrimenti chiamati «matti») riescono a sottrarsi.

Ho visto per intero l’interrogatorio di Del Piero al processo di Napoli. Il tratto peculiare, e se vogliamo anche più buffo, è stata la domanda finale rivolta dal Pubblico Ministero Narducci a Del Piero. L’accusa ha domandato al capitano della Juve se l’arbitro avesse visto il fallo di Ibrahimovic su Cordoba, successivamente valutato dal giudice sportivo attraverso la prova televisiva e sanzionato con una squalifica di tre turni. Narducci in modo surrettizio ha tentato di dimostrare che l’arbitro di quella gara, De Sanctis, avesse di proposito non valutato il fallo nell’intento di favorire la Juventus. Per chi conosce il calcio e ha un po’ di intelligenza, la domanda appare alquanto stupida, tenuto conto che se De Sanctis avesse visto quel fallo e si fosse trovato nella condizione di voler favorire la Juventus, sarebbe intervenuto fischiando il fallo o dando un cartellino giallo ad Ibrahimovic. Di fatto, il non intervento di De Sanctis ha sfavorito la Juve, contrariamente a quanto pensa il Pm Narducci.