Buon 2013

Come di consueto, ecco i miei social auguri vocali.

Chi è stato il miglior 007 della storia?

Fin dai primi minuti dal lancio di Sky Cinema 007, il canale che l’emittente satellitare di Murdoch ha voluto inaugurare nel proprio bouquet per l’anniversario della celebre spia raccontata da Ian Fleming, ho iniziato una lunga quanto piacevole maratona per guardare tutti i film della serie, naturalmente rimasterizzati in formato hd. Da quelli che avevo già visto e rivisto fino a quelli sconosciuti, come una parodia insolita, curiosa quanto mai scadente che evidentemente mi era sfuggita in tutti questi anni. Naturale, dunque, fare una personalissima classifica degli attori che in quasi cinquant’anni hanno interpretato le gesta di James Bond in arte 007 spia del servizio segreto britannico Mi-6. Tuttavia, a mio parere, l’evoluzione fisiologica delle trame e della qualità degli effetti, nonché delle prerogative degli interpreti, ha trasformato James Bond da un’istrionica e ironica spia in un ruolo – specie gli ultimi due episodi della serie – molto più drammatico e a volte appesantito in una scenografia troppo ricca di effetti incredibili. James Bond che s’innamora e soffre per la morte della sua donna, cosa che sarebbe stata incredibile per i film precedenti in cui l’autore si divertiva a disegnare una spia casanova e edonista. Ecco la mia personale classifica:

1)   Sean Connery

2)   Roger Moore

3)   Pierce Brosnan

4)   Daniel Craig*

5)   Timothy Dalton

6)   George Lazenby

* Daniel Craig meriterebbe una classifica a parte nel suo ruolo più drammatico.

L’elefantino vs Saviano

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Feroce incipit di un ferocissimo, e nemmeno a torto, pezzo contro Saviano.

Saviano al posto di Bocca. Uno che non ha mai detto nulla di interessante, che non ha un’idea in croce, che scrive male e banale, che parla come una macchinetta sputasentenze, che brancola nel buio di un generico civismo, che è stato assemblato come una zuppa di pesce retorico a partire da un romanzo di successo, si prende la rubrica di un tipo tosto che di cose da dire ne aveva fin troppe. Saviano a La7 per tre giorni con l’auricolare di Serra e la bonomia un po’ spenta di Fazio, un rimasuglio di tv dell’indignazione, una celebrazione di quella cazzata che è l’evento, il tutto destinato a sicuro successo di critica e di pubblico: il nulla intorno alle parole, ridotte barbaramente al nulla dell’ideologia, e tutt’intorno un uso cinico della condiscendenza verso il piccolo talento dell’ordinario. Saviano a New York, come un brand scassato alla ricerca della mafia già scoperta da Puzo, Coppola e Scorsese, una specie di Lapo in cerca di marketing sulle orme di Zuccotti Park, tranne che Lapo fa il suo mestieraccio. Saviano in ogni appello, dalla lotta al traffico di cocaina ai diritti dei gay a chissà cos’altro ancora. Saviano sul giornale stylish del mio amico Christian Rocca, perfino. Ma che palle. L’ho ascoltato al Palasharp, un anno e mezzo fa, via web. Un disastro incolore. Uno fuori posto perfino in un luogo in cui si faceva mercimonio delle idee peggiori della società italiana. Non riusciva ad aderire, malgrado la buona volontà, nemmeno alla semplificazione moralista della politica nella sua forma estrema di faziosità e di odio teologico-politico. Saviano non sa fare niente e va su tutto, è di un grigiore penoso, e i madonnari che lo portano in processione dalla mattina alla sera gli hanno fatto un danno umano, civile, culturale e professionale quasi bestiale. Credo che le premesse fossero genuine, è l’esplosione che si è rivelata di un’atroce fumosità. Già non è dotato, ma poi mettergli in mano una specie di scettro da maghetto della popolarità e della significatività di sinistra o de sinistra, insignirlo di una strana laurea da rive gauche all’italiana, il caffè intellettuale dei mentecatti, chiedergli di pronunciarsi su tutto e su tutti come l’oracolo, di fungere da uomo-simbolo, lui che del simbolico ha appena la scorta, questo è veramente troppo.

I Moccia e i Fabio Volo hanno scritto anche loro libri di successo. E’ un guaio che ti può capitare, una brutta malattia come il premio Nobel e altre scemenze. Un giorno o l’altro qualcuno te le commina, se sei veramente sfortunato, e c’è chi sbava nell’attesa. Ma nessuno li ha trasformati in totem, non si prestavano, non erano all’altezza. Saviano invece è all’altezza di questa mondializzazione del banale, di questa spaventosa irriverenza verso l’allegria e l’eccentricità dell’intelletto come nutrimento della società e della vita, di questa orgia del progressismo finto sexy, il torello triste che combatte la sua corrida in compagnia di milioni di consumatori culturali e di utenti dell’indicibilmente e sinistramente comune, medio. Siamo il paese di Wilcock, di Flaiano, di Cesaretto, di Manganelli e a parte lo spirito d’avanguardia e di letizia della scrittura, abbondano grandi maestri, filologi, scrittori anche civili che qualcosa da dire ce l’hanno, in trattoria e sui giornali e in tv, e siamo stati trasformati nel paese dei balocchi dei festival e delle seriali conferenze culturali dedicate al libro, al bestseller che ti cambia la vita come una nuova religione e ti immette nel mainstream più compiacente e belinaro. Ma via. Qualcuno deve pur dirlo. Facciamo un comitato, qualcosa di sapido e di cattivo, qualcosa di rivoltoso e di ribaldo. Basta con Saviano.

Giuliano Ferrara

ADP, Alessandro Del Piero

Destino. Napoleone fece incidere questa parola su un collier. Sarà per destino che torno a scrivere su questo blog per raccontare di cose tristi. Scrivere di Del Piero è una cosa triste. Bella ma triste, come lui stesso ha detto commentando la conquista dello scudetto. Io e Del Piero siamo quasi coetanei, praticamente siamo diventati adulti assieme. Guardavo le sue giocate quando avevo meno di trent’anni e all’alba dei quaranta assisto al suo addio. Non mi dispiace che smetta, mi intristisce. Sono vittima della nostalgia, più della mia giovinezza che di lui calciatore. Prima o poi tutto finisce. Di eterno, caso mai, c’è solo il ricordo dei bei ricordi.

DI PIU’, NIENTE

Più di 8 scudetti.
Più di una promozione dalla serie B
Più di una Coppa Italia (e speriamo due)
Più di 4 supercoppe italiane
Più di una Champions League
Più di una Supercoppa europea
Più di una Coppa Intercontinentale
Più del gol alla Fiorentina
Più di un gol alla Del Piero
Più del gol a Tokyo
Più delle mie lacrime
Più del gol a Bari
Più di un gol al volo di tacco nel derby
Più di un gol per l’Avvocato
Più della linguaccia contro l’Inter
Più dell’assist a David
Più del gol numero 187
Più del gol alla Germania
Più di Berlino
Più del gol al Frosinone
Più del titolo di capocannoniere in B
Più del titolo di capocannoniere in A
Più della standing ovation al Bernabeu
Più di 704 partite con la stessa maglia
Più di 289 gol
Più di una punizione che vuol dire Scudetto
Più del gol all’Atalanta
Più di ogni record
Più della maglia numero 10 con il nome Del Piero
Più della fascia di capitano

Più di tutto…
C’è quello che mi avete regalato in questi 19 anni.

Sono felice che abbiate sorriso, esultato, pianto, cantato, urlato per me e con me.
Per me nessun colore avrà tinte più forti del bianco e nero.
Avete realizzato il mio sogno. Più di ogni altra cosa, oggi riesco soltanto a dirvi: GRAZIE.

Sempre al vostro fianco
Alessandro

101 modi per far soffrire gli uomini (ossia, 101 modi per stupire sempre)

Bella e brava. Sarebbe una sintesi perfetta per definire la mia amica Daniela Farnese, meglio conosciuta come Dania o semplicemente malafemmena. Sarebbe una sintesi perfetta, dicevo, ma Daniela è molto di più. O molto di diverso, se vogliamo. Per anni etichettata come sexy blogger, laddove invece, in quei suoi genialissimi e dissacranti tweet, si celava una finissima intellettuale. Ma in fin dei conti Daniela sull’equivoco ci ha sempre giocato, come quando si diverte a pubblicare foto sexy solo per il gusto di assistere alla reazione. Da qualche tempo ci siamo un po’ persi di vista, non che prima ci vedessimo tutti i giorni, l’ho incontrata appena una volta, però un tempo chiacchieravamo spesso. Ho saputo che ha cambiato lavoro e ne ha iniziato uno più confacente alle sue doti artistiche. Questa del libro, poi, è una notizia che mi ha colto di sorpresa giacché per me Daniela è sempre stata la regina della sintesi. Non voglio dire che sia poco portata alla scrittura, tutt’altro, lei ha persino una laurea di quelle che ti lasciano con la mascella spalancata. Però un libro, non me lo aspettavo, ed è forse per questo che mi entusiasma ancor più leggerlo. Anche stavolta, ha saputo stupire tutti. Brava!

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